Tutto sul "Corbarino"

IL POMODORINO DI CORBARA

di Bartolomeo Padovano

 

II pomodoro (Lycopersicon esculentum, famiglia Solanaceae) è una pianta erbacea, i cui centri di origine sono rappresentati soprattutto dalla zona del centro-Sud America e della parte meridionale del Nord America, zona compresa oggi tra i paesi del Messico e Perù.

Dal Messico e dal Perù, fu poi introdotta in Europa ad opera dei conquistatori spagnoli nell’anno 1540 quando lo spagnolo Heman Cortes rientrò in patria e ne portò gli esemplari, ma non come ortaggio commestibile, bensì come pianta ornamentale, ritenuta addirittura velenosa per il suo alto contenuto di solanina, sostanza considerata a quell’epoca dannosa per l’uomo (infatti, nel 1544 l’erborista italiano Pietro Mattinoli classificò la pianta del pomodoro fra le specie velenose).

Nonostante vi fosse ancora molta diffidenza in merito alla salubrità dei frutti, aumentarono sempre più le notizie sul loro consumo alimentare. L’usanza di mangiarli bolliti o crudi si diffuse anche in Spagna, Francia, Inghilterra e Germania. Di conseguenza, la specie è andata sempre più perdendo la fisionomia di pianta ornamentale per assumere quella di ortaggio.

In Italia arriva nel 1596 ma solo più tardi, trovando condizioni climatiche favorevoli nel sud del paese, si ha il viraggio del suo colore dall’originario e caratteristico colore oro, che diede appunto il nome alla pianta, all’attuale rosso, grazie a selezioni e innesti successivi.

Così la coltivazione del pomodoro, come pianta ornamentale, dalla Spagna, forse attraverso il Marocco, si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, trovando il clima adatto per il suo sviluppo, soprattutto in Italia, dapprima in Sicilia e, successivamente, in quella che sarebbe diventata trionfalmente la patria adottiva del pomodoro: la Campania, soprattutto nella zona dell’Agro Nocerino-Sarnese, tra Napoli e Salerno.

La Campania, storicamente è sempre stata tra le aree dove la coltivazione del pomodoro si è più diffusa e costituisce pertanto un importante serbatoio di produzioni locali autoctone di pregio formatesi negli anni per ibridazioni spontanee e/o mutazioni e successive selezioni operate dagli stessi agricoltori. Infatti in un’area molto ristretta si possono identificare parecchie colture tipiche, frutto delle interazioni, spontanee o mediate, uomo-ambiente tra cui il pomodorino di Corbara o Corbarino coltivato nell’omonimo comune.

Esso viene prodotto nei vigneti, sui fianchi delle dolci colline del paese. La particolare sapidità di questo pomodorino ed il suo gusto leggermente acre ne fanno un ottimo prodotto da consumare fresco, condito in gustose insalate o da lavorare per la realizzazione di sughi. Ottimo se cucinato col pesce perché capace di assorbire l’aspro salmastro del mare conservandolo gelosamente.

Dolcissimi sono i pomodorini di Corbara pazientemente raccolti a ciocche, legati in grappoli mediante una sottile cordicella che, oltre a tenerli insieme, consente di appenderli in una zona asciutta ed ombreggiata per poterli conservare per mesi fino a farli diventare un concentrato di profumi e sapori, ingrediente fondamentale per i piatti di questi luoghi. I pomodorini maturano sui terrazzi soleggiati e, conservando il sapore dello iodio, permettono di conferire alle gustose salsette e zuppe di pesce un sapore unico ed inimitabile.

Le eccezionali caratteristiche gustative ed organolettiche del pomodorino e la stretta correlazione creatasi tra specie ed ambiente, hanno spinto a definire, invano, un’ipotesi di riconoscimento D.O.P. (Denominazione Origine Protetta) nell’anno 2005.

I terreni in cui è coltivato, sono molto profondi, soffici, di media costituzione fisica e ben dotati di fosforo assimilabile e di potassio scambiabile; sono costituiti fondamentalmente da materiali piroclastici di origine vulcanica riferibili al complesso Somma Vesuvio i quali rappresentano un’importante risorsa naturale in quanto costituiscono un substrato ideale per lo sviluppo della vegetazione.

I terreni delle zone collinari, leggermente declivi (anche per la caratteristica sistemazione a terrazzamento), risultano essere piuttosto freschi, sia per il tipico strato di lapillo presente a circa 1,5-2mt. di profondità che funge da drenaggio e come riserva idrica regolando il flusso della preziosa acqua.

Le caratteristiche climatiche della zona risentono della benefica influenza del mare che addolcisce le escursioni termiche, mentre la montagna assicura inverni piovosi (si registrano medie annue superiori ai 1.500 mm). Le escursioni termiche non sono notevoli ed anche quando il termometro scende al di sotto dello zero, non vi permane a lungo; la grandine è una meteora piuttosto rara. Le piogge sono abbondanti in autunno ed in primavera, scarse o nulle in estate, quindi nella bella stagione, è piuttosto raro che piova, in particolare le piogge estive costituiscono il 5-10% del totale. Sebbene le piogge difettino nei mesi estivi, l’umidità relativa dell’aria si mantiene piuttosto alta.

I venti dominanti sono il Maestrale del Nord, lo Scirocco del Sud, il Libeccio da Sudest.

Le temperature medie annue sono comprese tra i 12 e 16 °C nelle zone interne, con picchi freddi compresi tra gli 8 e i 12 °C.

La temperatura media annua a livello del mare è tra i 20 e i 21 °C e diminuisce di circa 0,57°C per ogni 100mt. di altitudine. Le temperature massime annuali più elevate si avvicinano ai 22,5°C.

Il mese più caldo risulta agosto, con temperature comprese tra 23,7°C e 32,6°C. I mesi più freddi risultano febbraio e secondariamente gennaio.

 

 

ASPETTI BOTANICI E MORFOLOGICI DEL “POMODORINO DI CORBARA”

 

La denominazione “Pomodorino Corbarino” designa le bacche della specie Lycopersicon lycopersicum o Solanum lycopersicum che derivano dall’ecotipo “Corbarino” coltivato nell’area di origine, Corbara, sulle cui colline è stato sempre tradizionalmente coltivato, e da cui si è estesa ai paesi limitrofi sia sul versante costiero (Costiera amalfitana. Penisola Sorrentina) sia sul versante interno (confine sud della valle del Sarno).

Alla tipologia “Corbarino” sono assimilati diversi biotipi, la cui selezione è stata curata, nel corso degli anni, dagli stessi agricoltori ma che, quasi certamente, derivano tutti da, vecchie varietà da conserva, coltivate in zona fin dalla prima metà del ‘900 (“Fiaschella”, “Lampadina”, “Principe Borghese”, “Re Umberto”, ecc.). Infatti già il professore De Cillis, nel lontano 1961 descriveva nel “Primo Convegno Nazionale sul Pomodoro” i vari biotipi di pomodori coltivati all’epoca e uniti, oggi, sotto in nome di “Ecotipo Corbarino”. Dal 1954 al 1958 furono raccolti parecchi campioni dalla zona, essi avevano denominazioni diverse a seconda dell’area geografica di provenienza, tutti fenotipicamente simili ma geneticamente identici. Essi erano detti “Cruarese” (Corbarese, di Corbara), “Nocerese” (di Nocera), “Marzanese” (di S. Marzano), “Tondino”, “Corto”, ecc., a testimonianza della remota presenza sul territorio e della tradizionalità della tecnica colturale.

Il “Pomodorino Corbarino” è una pianta erbacea, trattasi di un pomodoro caratterizzato da piante ad accrescimento indeterminato e da bacche piccole, dallo spiccato sapore agro-dolce.

La parte edule, di importanza mercantile, è costituita dal frutto che è una bacca con:

- epicarpo liscio e sottile;

- mesocarpo carnoso ricco di succo, di sapore dolce acidulo caratteristico;

- endocarpo suddiviso in due logge contenenti tessuto e succo placentare nel quale sono immersi i semi, i quali sono numerosi, piccoli ovoidali-schiacciati, ruvidi per la peluria, di colore gialliccio, ricchi di olio.

La pianta è a portamento semideterminato, pelosa, con odore caratteristico.

Il fusto è. eretto nella fase giovanile e poi decombente, può raggiungere l’altezza di oltre due metri, con numerose ramificazioni laterali inserite per la maggior parte alla base.

La radice è fìttonante, ma con un’ampia rete di radici laterali più o meno superficiali; la maggior parte delle radici è situata nei primi 30 cm di terreno.

Le foglie sono picciolate, pennatosette a lembo inciso non molto grandi, sono alterne, lunghe circa 20 cm, con foglioline semplici piccole, disuguali e molto marginate.

Le infiorescenze, variabili a seconda delle condizioni di crescita, sono a grappolo ed inserite sugli intemodi. La fioritura è caratterizzata da scalarità, la formazione delle infiorescenze avviene in tempi diversi e su intemodi successivi; di conseguenza, anche la maturazione delle bacche avviene scalarmente, in un intervallo di tempo abbastanza lungo (mediamente 45 giorni, dagli inizi di agosto a metà settembre).

In condizioni ottimali la raccolta si protrae fino a tutto il mese di ottobre. Gli anziani del paese narrano che, in passato, i pomodorini coltivati nei vigneti, erano presenti fino al periodo natalizio protetti dalle intemperie dalle sopraelevate viti.

I fiori sono portati da peduncoli articolati, con calice persistente, corolla gialla rotata, stami brevi con antere biloculari, il pistillo è costituito da un ovario supero.

Il pomodorino era caratterizzato dalla mancanza del carattere jointless, per cui il pedicello presentava un’articolazione che non permetteva il distacco della bacca senza il calice, tale carattere negativo è stato in parte migliorato.

I frutti si prestano ad una duplice attitudine: sono prodotti per il consumo da mensa allo stato fresco e per la trasformazione.

Una ulteriore esclusiva peculiarità, che caratterizza la cultivazione, elevandone il pregio, è la serbevolezza dei frutti dopo la raccolta, che grazie ad una originale tecnica locale, vengono preparati a grappoli (spunzilli) per poter essere conservati per lunghi periodi, con la possibilità di mangiare “i Corbarini” freschi quasi per tutto l’anno, assicurando una perdita minimale di tutte le sostanze antiossidanti (acido ascorbico, licopene, flavonoidi, beta caroteni, ecc.) che già naturalmente sono presenti in quantità elevate in questi tipi di pomodorini.

Il prodotto ammesso al consumo deve possedere i seguenti requisiti:

 

prodotto destinato al consumo allo stato fresco:

- pezzatura media: 67-50 frutti/kg, ossia il peso della bacca compreso tra i 15 e i 20 grammi;

- forma prevalentemente ovale-allungata (con rapporto tra gli assi non inferiore a 1,5) tendente al piriforme e/o pruniforme;

- apice, quando è presente, più o meno evidente, con o senza mucrone;

- colore estemo (a maturazione): rosso intenso;

- colore della polpa: rosso;

- può essere commercializzato anche a maturazione non completa;

prodotto destinato alla trasformazione:

- può essere commercializzato solo a maturazione completa;

- pezzatura media: 67-50 frutti/Kg, ossia il peso della bacca compreso tra i 15 e i 20 grammi;

- forma prevalentemente ovale- allungata tendente al piriforme e/o pruniforme;

- apice con o senza mucrone;

- colore estemo (a maturazione): rosso intenso;

- colore della polpa rosso intenso (colore Hunter a/b superiore a 2,6);

- residuo secco (> a 6,5 g %);

- elevato grado rifrattometrico (maggiore a 6% °Brix);

- elevato tenore zuccherino (> 3,5 g %);

- bassa acidità (non superiore a 0,4 g %).

Queste due ultime caratteristiche conferiscono a questi pomodorini il caratteristico sapore di agrodolce molto spiccato.

Il Corbarino è caratterizzato da esistenza di variabilità tra i vari biotipi, soprattutto per le caratteristiche morfologiche dei frutti, riconducibili fondamentalmente a tre tipologie:

- a frutto lungo, tra cui alcuni tendenti al piriforme e/o pruniforme;

- a frutto ovoidale;

- a frutto tondo.

 

 

GLI ASPETTI AGRONOMICI E LA COLTIVAZIONE

 

Preparazione del seme

Solitamente è effettuata nel mese di agosto, è realizzata dalle donne che schiacciano manualmente i pomodorini migliori selezionati dall’agricoltore, dopo averli lavati più volte.

Il seme è raccolto in una bacinella, sciacquato per eliminare le parti residue di pomodoro ed è messo ad essiccare al sole per tre giorni circa e conservato in un drappo di cotone in un luogo asciutto e ben areato.

Preparazione del semenzaio

Tale operazione viene effettuata da fine febbraio a fine marzo in funzione dell’andamento climatico.

Alcuni agricoltori ne preparano due in funzione della quantità di terreno da destinare all’impianto delle piantine, il semenzaio ha una lunghezza variabile dai 7-8 ai 10mt. circa, larghezza di 2-3mt. circa per consentire un agevole controllo manuale delle erbe infestati durante la crescita delle giovani piantine.

Il terreno destinato al semenzaio è arato manualmente con la zappa, alcuni effettuano una concimazione pre-zappatura con letame, altri con concime.

Nella preparazione del letto di semina è usato anche il rastrello per pareggiare, per finire di sminuzzare il terreno e preparare l’impianto nella forma definitiva.

Dopo la preparazione del letto di semina si procede allo spargimento del seme, alla sua copertura” con un sottile strato di terreno, ad un’irrigazione superficiale e alla chiusura del semenzaio con telo in plastica.

Lavorazione del terreno per l’impianto delle piantine

Può essere effettuata sia meccanicamente con il motocoltivatore o manualmente con la zappa.

La zappatura è l’atto di fare i solchi, detti “le porche”. È un’operazione molto faticosa, tanto è vero che soltanto pochi agricoltori la applicano sia per l’età avanzata sia per economizzare tempo. Essa presenta il vantaggio di mescolare il terreno fino in profondità.

Ha anche lo scopo di controllare le erbe infestanti interrandole tra due solchi adiacenti, insieme a concimi o letami di varie specie animali per aumentare la fertilità dei suoli, a residui di coltivazioni precedenti e di coprire tali materiali con la successiva operazione di sarchiatura. Tale operazione si effettua tra fine febbraio-metà marzo. In alcuni casi essa è preceduta da un’operazione di fresatura del terreno per renderlo più morbido dopo i lavori estivi-autunnali.

Trapianto delle piantine e loro irrigazione

Si procede poi alla preparazione del terreno per l’impianto delle piantine attraverso la solcatura eseguita contemporaneamente all’operazione di fresatura meccanica.

Il periodo normalmente utilizzato per il trapianto va da inizio aprile alla prima decade di maggio per sfruttare le dolci piogge primaverili che contribuiranno al loro attecchimento e successivo sviluppo.

Per le annate tardive i pomodorini vengono piantati a giugno, per mantenerli nei mesi autunnali esclusivamente per uso familiare.

Il trapianto viene effettuato quando le piantine hanno raggiunto una altezza di circa 15 cm, in corrispondenza della 4a-5a foglia vera.

Il sesto d’impianto è di circa 15-25 cm sulla fila e a distanza compresa tra 110-130 cm tra le file.

Il trapianto solitamente è effettuato nelle ore pomeridiane più fresche, in più giorni consecutivi per sfruttare la frescura notturna e non causare un appassimento della piantina e quindi la sua probabile morte.

Fori, trasporto e posizionamento dei tutori in legno, stesura del filo metallico

Essendo caratterizzate da accrescimento indeterminato, le piante di “Corbarino” hanno bisogno di tutori. Normalmente vengono utilizzati pali in legno alti 2-3 mt. che, sistemati lungo i fìlari, tra lo spazio di due piantine, ad una distanza di 1,5 mt. circa, vengono collegati con fili di ferro, allo scopo di sorreggere le piante.

II momento più adatto per tale operazione si colloca, normalmente, a 15-20 giorni dal trapianto. I fori sono eseguiti con trivella, rari casi, o con palo in ferro, la maggior parte; essi sono profondi circa 30-40 cm per permettere al tutore di scendere in profondità in modo da impiantarsi saldamente per sorreggere le prossime abbondanti parti vegetative e i futuri frutti. Man mano che le piantine crescono, si procede alla sistemazione di successivi ordini di coppie di fili zincati. Normalmente vengono utilizzati 2-4 ordini di fili (a seconda delle condizioni di crescita delle piante).

Rincalzatura

Tradizionalmente si esegue con la zappa rimuovendo il terreno dall’interrila e addossandolo sul piede delle piante. I pomodorini hanno la capacità di emettere delle radici secondarie dal fusto per cui la rincalzatura consente di aumentare la capacità di assorbimento, migliorare l’ancoramento al suolo e di conseguenza accelerare la crescita e lo sviluppo della pianta. Questa operazione richiede lo spostamento di molto terreno mediante la zappa, attrezzo onnipresente per questa coltura. È utile per il controllo delle erbe infestanti. Si esegue dopo il posizionamento dei tutori anche con lo scopo di ancorarli meglio al suolo evitando che il peso delle parti vegetative e dei frutti e del vento, quasi sempre presente, possano far crollare il filare e richiedere ulteriore lavoro per ripristinare la struttura. Essa può essere preceduta da una concimazione con concime granulare complesso.

Legatura delle ramificazioni dei pomodorini con tralci di ginestra

Pratica comune è legare manualmente con tralci di ginestra le parti vegetative delle piante che non sono state bloccate adeguatamente tra i fili di ferro. Può essere utilizzato anche giunco o parti vegetative di altri arbusti. Tale operazione è svolta durante tutto il periodo della coltivazione e si protrae fino a poco tempo prima della raccolta. Solitamente è effettuata dalle donne nelle prime ore mattutine e nelle ore liete e fresche del pomeriggio.

Sfemminellatura o scacchiatura

Per aumentare la produttività ed evitare che l’eccessivo sviluppo della parte verde sottragga risorse alla pianta, alcuni agricoltori sottopongono le piante di Corbarino alla sfemminellatura o scacchiatura, che consiste nell’eliminazione dei germogli cosiddetti ascellari, alla base delle foglie. Vanno eliminati con le dita non appena si presentano. Tale operazione è effettuata durante tutto il periodo della coltivazione allo scopo di favorire il germoglio principale. Non è eseguita da tutti i contadini.

Cimatura

È l’asportazione del germoglio principale della pianta quando ha prodotto il numero di infiorescenze che si è deciso di tenere; effettuata da alcuni agricoltori verso la metà-fine di giugno per arrestare la crescita della pianta tagliando l’apice vegetativo all’altezza voluta per controllare il periodo di fruttificazione, migliorare la precocità e la pezzatura dei frutti.

Raccolta dei pomodorini e loro trasporto

La raccolta dei frutti è scalare, esclusivamente manuale, è risolvibile in 2-4 momenti: inizia a fine luglio e si protrae fino a settembre-ottobre effettuata in funzione del conseguimento delle caratteristiche qualitative e in funzione delle particolari destinazioni commerciali e dell’andamento climatico:

- per il fresco: fine luglio – inizio ottobre;

- da industria: 15 agosto – 15 ottobre;

- da serbo, per la conservazione “a grappoli” (“spunzilli”), settembre in poi.

Il ciclo di coltivazione per questo tipo di pomodoro, variabile a seconda delle zone e dell’andamento climatico, è, mediamente, di 150 giorni.

La produzione annua di frutti è di circa 100-350 quintali ad ettaro, pur con le variazioni annuali in funzione dell’andamento climatico, delle consociazioni, delle irrigazioni, della fertilità dei suoli.

Il pomodorino da destinare al mercato per il fresco viene raccolto in più momenti, avendo cura di maneggiare le bacche con delicatezza ed effettuando una prima cernita (frutti danneggiati o con difetti) già in campo.

Si distinguono due tipologie di raccolta differenti.

Il pomodorino invaiato non giunto a maturazione completa, con colore variabile dal giallo-arancione tendente al rosso da destinare a gustose insalate o composte esclusivamente da pomodorini o in associazione con altri ortaggi di stagione.

Pomodorino maturo. Le bacche vengono raccolte con tutto il peduncolo.

Il prodotto da avviare alla trasformazione viene, normalmente, raccolto in 2-3 momenti, quelli centrali del ciclo. È adagiato sempre in secchi per agevolare il trasporto fino all’estremità del filare dove è sistemato in cassette di plastica della capacità di circa 25 kg. Anche in questo caso si effettua una prima cernita in campo ma, a differenza del prodotto destinato al mercato del fresco, per quello da destinare alla trasformazione in conserve artigianali, bisogna fare attenzione a staccare le bacche senza il peduncolo.

Trasformazione artigianale

II pomodorino, nelle sue molteplici varietà, è parte integrante di moltissimi piatti locali, per cui lo si può definire alimento principe della cucina tipica. La conserva di questo frutto, raccolto dall’inizio di agosto in poi, è quindi operazione essenziale per garantire anche in inverno la preparazione di alcune tipiche pietanze, quali ad esempio:

pasta al ragù, carne alla pizzaiola, la pizza, pasta e legumi, linguine o spaghetti allo scarpariello (tipico piatto di Corbara).

Le operazioni da effettuare per l’imbottigliamento casereccio del pomodorino sono semplici, ma tutte di notevole importanza.

Alle donne spetta il lavaggio delle bottiglie di vetro (quasi sempre sono riadoperate le bottiglie di birra accuratamente conservate dopo l’utilizzo) per i passati, oppure i barattoli in vetro per il pomodorino intero in presenza del suo succo passato.

La raccolta o l’acquisto dei pomodorini è effettuata quando essi hanno raggiunto il giusto grado di maturazione. Trasportato il prodotto a casa o in cortile subisce uno scarto ulteriore dopo quello in campo, per separare i pomodori dalle antere, i peduncoli, ed eliminare le bacche inidonee sfuggite al controllo in campo.

I frutti selezionati, vengono in seguito consegnati alle donne di casa che provvedono allo scrupoloso lavaggio nelle ore mattutine o serali ed ad una eventuale fase di precottura dei pomodorini, non praticata da tutti, fatta in modo lieve per rendere più lavorabili i frutti. Gli uomini, solitamente, sono occupati a passare i pomodori ormai sgrondati dall’acqua nella apposita macchinetta in acciaio.

Il passato di pomodoro è poi imbottigliato dalle donne, con l’aggiunta di alcune foglie di basilico, elemento indispensabile per aromatizzare la conserva; o con qualche pomodoro da imbottigliare a fette considerato più adatto ad essere cucinato per alcune tipiche pietanze, mentre i pomodorini interi sono disposti nei barattoli e poi ricoperti di succo passato degli stessi sempre con foglie di basilico, accuratamente coltivato in orti dagli stessi contadini. Si procède all’operazione di tappatura delle bottiglie affidata al capo famiglia e dei barattoli in vetro, con tappi in latta. Alcuni decenni fa era usato il tappo in sughero. Oggi è stato sostituito dal tappo in latta, più comodo da usare e gestire.

Terminata la lavorazione, mentre le donne provvedono alla pulizia, gli uomini allestiscono l’area destinata alla cottura delle bottiglie di pomodoro, quasi sempre uno spazio all’aperto, sistemando i bidoni sui trespoli in ferro. Sul fondo dei capienti bidoni viene sistemata una grossa “pezza di sacco”, straccio di iuta, essenziale per dare una cottura meno aggressiva alle bottiglie, suscettibili delle vibrazioni in fase di bollitura.

Le bottiglie e i barattoli sono adagiati in modo sapiente con incastri naturali per prevenire eventuali urti. Terminata questa operazione i bidoni vengono riempiti di acqua e coperti con altre “pezze di sacco” affinché venga raggiunta più velocemente ed in modo duratura la temperatura di ebollizione. Si passa poi ad accendere la legna. Il fuoco deve mantenere la stessa temperatura per cui è indispensabile essere presente alla cottura mantenuta almeno un’ora in ebollizione, si attende infine, che la brace lasciata a se stessa, finisca autonomamente la naturale cottura. Attualmente la legna è stata sostituita, da alcuni, con il bruciatore a gas, rendendo la cottura più agevole e controllata.

Gli agricoltori usano essiccare al sole i pomodorini tagliati a metà tra luglio e agosto sfruttando le giornate serene. Le metà essiccate per 2-3 giorni vengono messe in confezioni di vetro; poi le condiscono con olio, aglio, peperoncino e le tappano ottenendo una provvista, una conserva da gustare con amici e parenti durante il periodo autunnale ed invernale accompagnata da salumi locali o usata in preparazioni culinarie tipiche (le cosidette “pacche secche”).

II prodotto destinato alla conservazione “a grappoli” interessa, normalmente, le ultime raccolte. I frutti vengono raccolti prima della completa maturazione; sono presenti, infatti, numerose bacche invaiate e qualcuna ancora verde e, cosa importante, viene staccata dalla pianta l’infruttescenza completa. Successivamente i grappoli vengono sistemati lungo anelli di filo zincato o cordicelle, a formare dei grossi grappoli, i cosiddetti “spunzilli”, del peso di 2-3 kg ognuno. Questi vengono conservati in locali asciutti e bene aerati, dove completano la maturazione e sono disponibili per tutto l’inverno.

Questo prodotto, dotato di elevate caratteristiche morfologiche ed organolettiche tipiche, che lo rendono distinguibile da altri analoghi pomodorini in commercio, e la cui coltivazione, attuata secondo tecniche tradizionali, è limitata ad un areale ristretto e ben definito, potrà, se opportunamente tutelato e promozionato, conquistare spazio fra i prodotti agroalimentari tipici, nel segmento di mercato occupato dai prodotti “di nicchia”, di alta qualità.

La valorizzazione del “Pomodorino di Corbara” potrebbe rappresentare, per gli agricoltori locali, una valida alternativa ad altre colture oramai in crisi, nelle aree collinari dove, questa produzione tipica rappresenta una delle poche or-tive ancora remunerative.

tratto da

Corbara

Profilo storico territoriale nel bicentenario della sua autonomia

a cura di Federico Cordella

Editrice Gaia

 

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